Roma, 13 lug. (askanews) – Il Giappone si prepara a uscire da ottant’anni di frammentazione dell’intelligence proprio mentre scopre di essere diventato una base per agenti russi e uno snodo per l’acquisizione di tecnologie destinate alla guerra in Ucraina. Il governo ha riconosciuto la necessità di rafforzare la risposta alle attività dei servizi stranieri, mentre si appresta a rendere operativo, forse già entro luglio, il nuovo sistema centralizzato voluto dalla premier Sanae Takaichi.
Il capo di gabinetto Minoru Kihara – principale portavoce del governo – non ha commentato i singoli casi illustrati da un’inchiesta del New York Times, ma ha ammesso che, nel rapido mutamento dell’ambiente di sicurezza, ‘è cresciuta la necessità di rispondere alle attività informative straniere che minacciano la sicurezza del nostro Paese, come il furto di informazioni importanti’. Il governo, ha aggiunto, dovrà affrontarle ‘in maniera ancora più rigorosa’.
Secondo il quotidiano statunitense, decine di agenti russi espulsi dai Paesi occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina avrebbero trasferito in Giappone la propria base operativa, approfittando della debolezza della legislazione contro lo spionaggio e della presenza di un’industria tecnologica avanzata. Al centro della rete vi sarebbe la 20ma Direzione del Gru, l’intelligence militare russa, i cui uomini opererebbero sotto copertura diplomatica o commerciale per acquistare, sottrarre e trasferire in Russia componenti elettronici, macchinari e tecnologie a duplice uso.
A coordinare le operazioni a Tokyo – a quanto scrive il Nyt – sarebbe Maksim Vladimirovich Filchenkov, veterano del Gru formalmente impiegato presso la compagnia di Stato Aeroflot. I materiali verrebbero inviati in Russia attraverso società intermediarie e Paesi terzi. Il governo ucraino stima che circa il 90% dei missili e dei droni russi esaminati contenga componenti prodotti da aziende giapponesi. Non vi sono elementi che indichino un coinvolgimento consapevole dei produttori, molti dei quali sostengono che i pezzi siano vecchi o arrivati in Russia attraverso canali non autorizzati.
L’inchiesta è arrivata nel momento più delicato della riforma. Il 27 maggio la Dieta ha approvato, con il sostegno anche di diversi partiti di opposizione, la legge istitutiva del Consiglio nazionale per l’intelligence e dell’Ufficio nazionale per l’intelligence. Le fonti giapponesi indicano che le due strutture potrebbero essere avviate già a luglio e che il nuovo ufficio dovrebbe partire con circa 700 addetti, per poi ampliare progressivamente l’organico.
Il Consiglio sarà presieduto dalla premier e comprenderà, tra gli altri, il capo di gabinetto, i ministri degli Esteri, della Difesa, della Giustizia, delle Finanze, dell’Economia e il presidente della Commissione nazionale per la pubblica sicurezza. Dovrà definire le priorità delle ‘attività informative importanti’, comprese quelle riguardanti sicurezza nazionale, terrorismo, crisi e satelliti da ricognizione, e le linee fondamentali della risposta alle ‘attività informative straniere’. La documentazione ufficiale precisa che queste ultime comprendono anche le operazioni d’influenza.
La novità più rilevante riguarda il rapporto con i ministeri. Finora l’Ufficio informazioni e ricerca del governo, il Ciro, poteva chiedere documenti e analisi, ma la decisione su che cosa trasmettere rimaneva sostanzialmente nelle mani delle singole amministrazioni. La nuova legge obbliga invece i responsabili dei ministeri e delle agenzie a fornire tempestivamente materiali e informazioni e, su richiesta della premier, a presentare spiegazioni e ogni altra collaborazione necessaria.
Il nuovo Ufficio nazionale per l’intelligence nascerà dalla trasformazione del Ciro, acquisendo poteri di pianificazione e ‘coordinamento generale’ sull’intera comunità informativa. Dovrà mettere insieme il lavoro della Direzione per la sicurezza della polizia, dell’Agenzia per l’intelligence sulla pubblica sicurezza, dell’organizzazione informativa del ministero degli Esteri e del quartier generale dell’intelligence della Difesa. Il governo punta inoltre a elaborare una strategia nazionale dell’intelligence di medio e lungo periodo.
Non sarà ancora una Cia giapponese. Il nuovo organismo non disporrà inizialmente di una propria rete mondiale per la raccolta clandestina di informazioni e continuerà a dipendere in larga misura da personale proveniente da altre amministrazioni. Dal 2027 Tokyo vorrebbe però introdurre un percorso autonomo di reclutamento, necessario per formare analisti, esperti linguistici, ingegneri informatici e specialisti che non rispondano alle logiche dei ministeri di provenienza.
La scelta del direttore sarà un primo banco di prova. Il vertice del Ciro e dei suoi predecessori è stato tradizionalmente affidato a funzionari provenienti dalla polizia, soprattutto dai settori sicurezza e pubblica sicurezza. Kihara ha promesso che la direzione del nuovo ufficio non diventerà un ‘posto riservato’ alla polizia. Anche la risoluzione parlamentare allegata alla legge chiede che l’incarico non sia percepito come monopolio di una singola amministrazione e che il direttore rimanga in carica abbastanza a lungo da garantire continuità.
Non si tratta soltanto di una questione burocratica. La legge giapponese sulla protezione dei segreti speciali punisce la sottrazione o la diffusione di informazioni formalmente classificate, ma non configura ancora come reato autonomo l’attività clandestina svolta per una potenza straniera, né il reclutamento o il pagamento di un agente da parte di un servizio estero. In assenza di una legge generale contro lo spionaggio, le autorità devono ricorrere alle norme sui segreti commerciali, sulle esportazioni, sugli accessi informatici illegali o sulle dichiarazioni false.
L’attività spionistica russa ha mostrato quanto questo mosaico sia insufficiente. La Cina rappresenta però la sfida più vasta, perché combina spionaggio tradizionale, attacchi informatici, acquisizioni societarie, cooperazione accademica, investimenti in settori sensibili e manipolazione dell’informazione. La polizia nazionale giapponese divide i canali di sottrazione tecnologica in tre categorie: attacchi cibernetici, attività di spionaggio condotte attraverso persone e uso di iniziative apparentemente legali, come acquisizioni, società miste e progetti di ricerca.
Un’indagine della polizia metropolitana di Tokyo portò nel 2021 all’incriminazione di un cittadino cinese, membro del Partito comunista cinese, per aver affittato sotto falso nome server giapponesi. Quei server erano stati utilizzati per attacchi contro circa 200 organizzazioni, compresa l’agenzia spaziale Jaxa. Secondo la valutazione delle autorità giapponesi, nelle operazioni era probabilmente coinvolto un gruppo cibernetico legato all’Esercito popolare di liberazione.
Alla sottrazione di tecnologie si aggiunge la guerra informativa. Citizen Lab ha individuato nella campagna denominata Paperwall una rete di almeno 123 siti che imitavano testate locali in 30 Paesi, gestita da una società cinese e utilizzata anche per diffondere contenuti favorevoli a Pechino e attaccare i suoi critici. Quindici dei siti erano rivolti al pubblico giapponese, con nomi come Fujiyama Times, Nihon Daily e Sendai Shimbun.
La Corea del Nord pone una sfida diversa, nella quale intelligence militare, minaccia nucleare, criminalità informatica e tecniche di manipolazione personale si sovrappongono. Un rapporto della polizia nazionale giapponese ha ricostruito nel dettaglio l’attacco con il quale il gruppo TraderTraitor, ritenuto parte della struttura nordcoreana Lazarus, sottrasse nel 2024 a DMM Bitcoin 4.502,9 bitcoin, allora equivalenti a 48,2 miliardi di yen, circa 308 milioni di dollari.
Gli hacker si presentarono su LinkedIn come reclutatori e contattarono un dipendente della società Ginco, che sviluppava software per portafogli di criptovalute. Gli inviarono il collegamento a uno script Python dannoso, conservato su GitHub e presentato come una prova di selezione professionale. Dopo aver compromesso il computer, utilizzarono i cookie di sessione per impersonare il dipendente, entrare nel sistema di comunicazione aziendale e alterare una richiesta di transazione legittima di DMM Bitcoin.
Per Tokyo, la minaccia nordcoreana comprende inoltre la raccolta di informazioni sui programmi nucleari e missilistici, le operazioni degli agenti clandestini e la questione ancora irrisolta dei cittadini giapponesi rapiti. La crescente cooperazione militare tra Mosca e Pyongyang complica ulteriormente il quadro: tecnologie russe potrebbero essere trasferite alla Corea del Nord, mentre l’esperienza maturata dai militari nordcoreani nella guerra in Ucraina può accelerare lo sviluppo di droni, missili e nuove tattiche operative.
Per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, Tokyo ha chiesto assistenza anche ad Australia e Germania, secondo un’altra inchiesta del New York Times. Washington avrebbe fornito indicazioni sulla difesa cibernetica, sul contrasto allo spionaggio industriale e sul controllo degli investimenti stranieri. L’ambasciatore australiano Andrew Shearer, già direttore generale dell’intelligence nazionale a Canberra, ha offerto suggerimenti su tecnologie e coordinamento tra ministeri. Anche il direttore del servizio estero tedesco Bnd si è recato a Tokyo per discutere la riforma e lo scambio di informazioni.
La centralizzazione è soltanto il primo passaggio. Il governo Takaichi intende avviare durante l’estate un gruppo di esperti per preparare una legislazione organica contro lo spionaggio. Tra le ipotesi figurano l’obbligo di registrazione per chi opera per conto di governi stranieri, una maggiore trasparenza delle attività di lobbying e la creazione, probabilmente dal 2027, di un’Agenzia per l’intelligence estera incaricata anche di reclutare fonti umane fuori dal Giappone.
Il progetto riapre tuttavia una ferita storica. L’assenza di un potente servizio centralizzato nel dopoguerra fu anche una reazione agli abusi della Tokko (firma contratta per Tokubetsu koto keisatsu), la polizia speciale dell’epoca imperiale che perseguitò dissidenti e oppositori fino alla conclusione della seconda guerra mondiale. Partiti di opposizione, associazioni di avvocati e organizzazioni per i diritti civili temono che la nuova struttura possa estendere la sorveglianza sui cittadini senza un controllo indipendente adeguato.
La risoluzione approvata dalla Dieta contiene garanzie più dettagliate di quanto previsto inizialmente. Stabilisce che la categoria delle ‘informazioni importanti’ non possa essere interpretata in modo eccessivamente ampio, vieta richieste informative estranee ai compiti istituzionali e proibisce la raccolta di dati su politici, collegi elettorali, elezioni e campagne elettorali finalizzata a favorire o danneggiare un partito. Impone inoltre la redazione e la conservazione dei verbali, la presentazione al Parlamento della strategia informativa di medio e lungo periodo e spiegazioni tempestive sulle attività del nuovo organismo.
Queste garanzie restano però affidate soprattutto a una risoluzione non vincolante. Il Giappone dispone di un organismo parlamentare che verifica l’applicazione della normativa sui segreti designati, ma non di una commissione permanente dotata di un mandato generale sull’intera comunità d’intelligence, paragonabile a quelle esistenti negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania o in Italia con il Copasir.
La sfida, dunque, non sarà soltanto riunire le informazioni sotto il controllo della residenza del premier. Tokyo dovrà impedire che i ministeri continuino a tenere nel cortile i propri dati, evitare una sovrapposizione con l’Ufficio per la sicurezza nazionale, reclutare personale specializzato e costruire controlli democratici abbastanza solidi da superare la diffidenza prodotta dalla storia. Solo allora il Giappone potrà smettere di essere un ‘paradiso delle spie’ senza trasformarsi in una società della sorveglianza.

